paninabella antonellaALL’ESSERE O AL FARE
A CHE COSA GUARDARE?
È QUESTA LA VERA, UNICA ESSENZIALE DOMANDA DELL’EDUCARE

Emersa nell’incontro con Angela e Domenico Diacono, mamma e papà della giovanissima Antonella, suicida a 14 anni lo scorso anno, e fondatori dell’associazione “PANINABELLA”, con Adele Dentice, dell’associazione “Pietra su Pietra” e numerosi genitori e docenti.

Tema affrontato nella toccante, coraggiosa e sapiente testimonianza di chi, dietro lo sguardo apparentemente sereno e una vita apparentemente normale di Anto, che aveva tutto ciò che normalmente si può desiderare da una apparente condizione di vita agiata, non avrebbe mai pensato quali tormenti si nascondessero dietro quelle apparenze.

Mi vengono in mente, mentre scrivo, gli sguardi e le domande di quei meravigliosi ragazzi (con esperienze penali) che ho incontrato a Molfetta circa 2 mesi fa, in un incontro dell’iniziativa “Cantieri della Legalità”, ragazzi cui ho parlato della mia esperienza prima di educatore nella devianza minorile e poi di docente e di preside. Ragazzi provenienti tutti da famiglie deprivate

, o meglio da non-famiglie, non amati non riconosciuti nella loro umanità bramosa di carezze e di attenzioni e di introduzione ad una vita, che avrebbe richiesto quelle attenzioni di genitori come Angela e Domenico.

Quella sera era bastato per loro essere stati solo “guardati” e letti dentro, grazie ai racconti di tanti incontri con ragazzi come loro in comunità o al carcere o a scuola. Non volevano discorsi su articoli della Costituzione o inviti a non delinquere e disamina delle conseguenze della devianza. Volevano solo essere riconosciuti e guardati con uno sguardo amorevole per “quelli che erano e non per quello che facevano”. Ancora ESSERE o FARE. Non mi avrebbero lasciato più, mi hanno accompagnato sotto la pioggia fino all’auto parcheggiata distante da quella sede del comune, raccontandomi delle proprie storie e della difficoltà di guardare fiduciosi ad un futuro difficile senza quell’aiuto indispensabile di una vera famiglia presente e dicendomi GRAZIE con lo voce ma soprattutto con gli occhi.

Come dimenticare e non capire e “non portarmi dentro” che cerchiamo tutti lo stesso sguardo d’amore, che si sia ragazzi di famiglie agiate di “scuole bene” come il CIRILLO o poveracci, nati male in sfortunate e povere famiglie, di una comunità di recupero.

Come non ascoltare in questa semplice chiave di lettura le parole di Adele Dentice, che pur invitata a presentare lo sportello di ascolto per alunni genitori e docenti, che attiveremo subito con psicoterapeute, ho nel cuore per quei commoventi quadretti di umanità di giovinezze bruciate a Bari vecchia di bambine e bambini non amati nel suo “O sangue amare. Le stagioni dell’anima”.

E allora? Quale il nemico? C’è un nemico? Quale nome dare a quel maledetto e diabolico MURO che Domenico e Angela vogliono contribuire ad abbattere, invitando i giovani e giovanissimi a non trincerarsi dietro negandosi un dialogo e una ricerca di aiuto. Come straordinariamente dalla tragedia e dalla disperazione può nascere un senso! il senso che loro stanno dando alle loro vite di genitori andando nelle scuole a parlare di Anto, della giovanissima intelligente e forse maledettamente sensibilissima adolescente che è stata frantumata da quel Muro.

Non c’è un nemico reale se non in quel fitto tessuto di comunicazioni e relazioni finte che ci avvolge, che predomina tra adolescenti e tra adolescenti e adulti e tra adulti e adulti, tessuto centrato prevalentemente sul FARE e SULL’ APPARIRE.

Lo ha colto descrivendolo bene, e introducendo la serata con la sua composizione “Blues un po’ sornione come l’educazione”, Ivan Dell’Edera, alla cui sensibilità ho chiesto di focalizzarsi qualche settimana fa, per comporre qualcosa che solo l’estro e l’ironia dell’artista poteva descrivere in modo diretto senza i paroloni delle analisi sociologiche e psicologiche, ma in modo più profondo semplice ed essenziale per aiutare noi adulti a capire che cosa diavolo sta accadendo nell’anima dell’educazione, nel rapporto tra noi e i giovanissimi.

E magicamente lo ha reso con “quello sguardo un po’ sornione” che, non dicendo nulla, e preoccupandosi solo, ancora una volta, esclusivamente delle apparenze, vorrebbe educare ad un nulla, rispondere con un nulla a quella immensa fame e sete di amore che alberga nel cuore di ciascuno di noi, di tutti i giovani e giovanissimi che ci sono affidati, figli nostri, e che ha portato Anto a urlarlo con un gesto estremo.

E allora come non concludere, carissimi genitori e docenti, col richiamo di Ivan:
“HO SCOPERTO UN ESPERIENZA MAGISTRALE
CHE E’ LA MIGLIORE LA MIGLIORE EDUCAZIONE PER I FIGLI UN PO’ PIAGNUCOLONI
NON FATE MAI QUEL SORRISO UN PO’ SORNIONE”